Lui solo non si tolse il cappello. Vita e impegno politico di Ettore Tibaldi

Lui solo non si tolse il cappello. Vita e impegno politico di Ettore Tibaldi

La storia della Repubblica partigiana dell’Ossola è strettamente collegata a quella del presidente della Giunta provvisoria di governo, Ettore Tibaldi. È da poco in libreria il libro Lui solo non si tolse il cappello. Vita e impegno politico di Ettore Tibaldi, protagonista della Repubblica dell’Ossola, edito dalla casa editrice Interlinea e promosso dall’Anpi di Domodossola. Il volume rientra nella collana di “Studi dell’Istituto storico Fornara” dell’Istituto della Resistenza di Novara e Vco.

Il libro ricostruisce la biografia di Ettore Tibaldi, nato in provincia di Pavia nel 1887. Proprio a Pavia si svolse la prima parte della sua vita, tra gli studi in Medicina all’Università, la carriera scientifica e accademica e le prime esperienze politiche. Dall’Università di Pavia Tibaldi verrà licenziato, nel 1926, a causa del suo antifascismo: in un’Università e in un Paese ormai totalmente fascistizzati, non si poteva accettare la presenza di un docente apertamente contrario al regime. Perso il lavoro, allontanato dalla famiglia e dalla sua città, Tibaldi si ritroverà catapultato a Domodossola come direttore del locale Ospedale San Biagio.

La vicenda del licenziamento di Ettore Tibaldi dall’Università di Pavia è stata recentemente presentata al convengo L’Università in camicia nera. Il caso pavese e il rifiuto di Giorgio Errera al giuramento del 1931 (Aula Magna dell’Università degli Studi di Pavia, 16 ottobre 2021), dedicato ai docenti universitari perseguitati dal regime fascista.

Si presenta di seguito il testo della relazione dedicata al futuro presidente della Giunta provvisoria di governo: 1926, il caso Ettore Tibaldi: un licenziamento prima del giuramento.


1926, il caso Ettore Tibaldi: un licenziamento prima del giuramento

Ettore Tibaldi, originario di Torre del Mangano (l’odierna Certosa di Pavia), era nato nel 1887 in una famiglia di medici e ingegneri; una famiglia di orientamento democratico, che aveva sempre saputo coltivare storie e memorie risorgimentali. Ed Ettore Tibaldi crebbe proprio “imbevuto” di miti garibaldini e mazziniani. 

Studente di Medicina, si laureò nel 1913 svolgendo una tesi in Anatomia patologica presso il laboratorio diretto da Achille Monti. Dal 1907 era attivamente impegnato in politica: iscritto al Partito socialista, nel Circolo universitario Carlo Marx (un circolo in quel periodo dissidente rispetto allo storico gruppo dirigente riformista di Pavia guidato da Luigi Montemartini), si avvicinò però ben presto anche all’ambiente radicale e repubblicano pavese: era amico di esponenti della democrazia radicale come Carlo Ridella o Abele Boerchio. 

Allo stesso tempo Tibaldi divenne, all’interno dell’Università, uno dei principali punti di riferimento per gli studenti irredentisti: proprio dal laboratorio di Anatomia patologica diretto da Achille Monti, ad esempio, fu Tibaldi a promuovere nel 1912 un movimento studentesco irredentista che arrivò alla pubblicazione di un numero unico, “Per l’Università italiana a Trieste”, con la collaborazione di personalità come Cesare Battisti o Ferdinando Pasini. Già nel 1912-1913, quindi, il nome di Ettore Tibaldi era un nome noto all’interno dell’Università e anche tra le autorità di pubblica sicurezza: al 1913 risaliva la prima denuncia politica contro di lui e addirittura un processo in tribunale perché, durante una commemorazione repubblicana, pregato di svolgere un’orazione commemorativa, terminò il suo discorso con il grido sovversivo di «Viva la repubblica».

Nello stesso 1913 Tibaldi venne chiamato all’Università di Sassari da Rina Monti, sorella del suo maestro Achille Monti e prima donna, in Italia, ad essere riuscita a diventare docente ordinaria: Tibaldi divenne così assistente di Zoologia medica, iniziò a pubblicare i suoi primi studi di una certa rilevanza scientifica, tenne il corso di Tecnica microscopica e anche in Sardegna proseguì il suo impegno politico, la sua militanza nel Partito socialista.

Un socialista di tipo particolare Tibaldi lo era sempre stato, proprio per quel suo approccio politico decisamente eclettico: mazziniano, radicale, irredentista. Ovviamente, lo scoppio della guerra in Europa rimescolò del tutto queste appartenenze politiche e Tibaldi si avvicinò al sindacalismo rivoluzionario di Filippo Corridoni, prendendo contatto con l’Unione sindacale milanese, finché nell’ottobre 1914, a 27 anni, prese una decisione clamorosa: partì volontario per Nizza assieme a un gruppo di militanti repubblicani per cercare di costituire la Legione Mazzini in sostegno della Francia aggredita dalla Germania. Il tentativo, in realtà, fallì, ma una volta tornato a Pavia Tibaldi divenne uno dei principali alfieri dell’interventismo democratico in Università e in città.

Naturalmente, abbandonò il Partito socialista (che si era invece attestato su posizioni neutraliste), aderì ai Fasci d’azione rivoluzionaria, e proprio in questo movimento interventista conobbe, solo per fare un nome, Michele Bianchi, il futuro segretario del Partito nazionale fascista. Da questo stesso ambiente interventista (un interventismo democratico, ben diverso da quello di tipo nazionalista), poi, usciranno altre personalità che si incroceranno con il percorso politico di Tibaldi e che avranno un ruolo fondamentale nella storia della Resistenza in Ossola, personalità come Ezio Vigorelli o Cipriano Facchinetti. Per tutta la primavera del 1915, ad ogni modo, il nome di Tibaldi comparve in qualsiasi manifestazione o adunata interventista in Università e in città: Tibaldi era il leader indiscusso degli studenti interventisti.

Visse l’esperienza della guerra come sottotenente medico, e poi capitano, tra gli Alpini in Carnia, poi con la Fanteria in Albania, in Val Brenta e al ritorno alla vita civile si gettò nuovamente a capofitto nella vita politica pavese: aderì all’Unione socialista italiana di Leonida Bissolati, ma soprattutto visse in prima persona il diciannovismo come animatore e carismatico rappresentante della sezione pavese dell’Associazione nazionale combattenti. Proprio nei combattenti, Tibaldi vide la base per un nuovo movimento di riforma sociale e fu in questa veste che nelle elezioni politiche del 1919 fu tra gli artefici della lista del Fascio delle Forze Democratiche, un’effimera esperienza politica che nella provincia di Pavia raggruppava repubblicani, radicali, socialisti dissidenti, combattenti e i primi rappresentanti comparsi in provincia dei Fasci di combattimento di Mussolini. La compagine avrà uno scarso successo elettorale e non riuscirà a eleggere nemmeno un deputato.

Superata questa parentesi elettorale, Tibaldi riprese l’attività scientifica e proseguì la sua carriera universitaria. Nominato assistente alla Clinica Medica di Pavia diretta da Luigi Zoja, rimase comunque sotto l’ala protettiva dei fratelli Achille e Rina Monti divenendo assistente proprio presso l’Istituto di Zoologia medica e di Anatomia patologica. 

Nel 1921 lasciò l’Italia per frequentare la Scuola di medicina tropicale di Bruxelles, dove si specializzò in Medicina coloniale; nell’aprile 1921 venne nominato Aiuto alla cattedra di Anatomia patologica e nel 1923, finalmente, ottenne l’abilitazione alla libera docenza in Patologia speciale medica. Nel 1924, al culmine della sua carriera accademica e scientifica, tutti, in Università, davano per scontato che Tibaldi sarebbe stato il naturale successore di Achille Monti alla cattedra di Anatomia patologica. 

Senonché, Tibaldi non rinunciò all’impegno politico. Nel 1924 molti ex compagni delle lotte irredentiste e interventiste, amici, colleghi, avevano già aderito al Partito nazionale fascista, ma Tibaldi rimase fedele agli ideali della giovinezza: era stato un interventista, ma era anche sempre rimasto un convinto internazionalista e un socialista. Maturò la sua opposizione al fascismo proprio in difesa di quei valori e ritrovò nella sezione pavese dell’Associazione nazionale combattenti la sede più adatta per lottare contro il fascismo e per rivendicare i diritti dei reduci dalla strumentale propaganda fascista. Parallelamente aderì al movimento Italia Libera, sorto nel ’23 in ambienti repubblicani sotto la direzione di Raffaele Rossetti, Randolfo Paccaiardi, Fernando Schiavetti, finalizzato proprio a organizzare gli ex combattenti antifascisti.

La sezione pavese di Italia Libera, intitolata a Cesare Battisti, risultava attiva e sorvegliata dalla polizia dal gennaio 1924 e fu la stessa polizia che identificò in Tibaldi e in Dario Morani i principali referenti del gruppo.

L’attività del gruppo pavese di Italia Libera, in particolare all’interno dell’associazione combattentistica (l’Anc), in questi mesi infastidì oltre modo la federazione fascista pavese: per tutto il 1924-25 il principale terreno di intervento politico di Tibaldi e del suo gruppo dell’Italia Libera era rivolto proprio verso l’Anc pavese, nell’obiettivo di mantenere l’associazione e gli ex combattenti su posizioni democratiche, anche grazie all’azione svolta in questo senso da Abele Boerchio presidente a Pavia della stessa Anc.

Non mancarono le intimidazioni, le aggressioni squadristiche, come quella del febbraio 1925, quando in Borgo Ticino a Pavia, Tibaldi, Dario Morani e Abele Boerchio vennero raggiunti da una squadra fascista e aggrediti, pochi giorni prima delle elezioni per il rinnovo delle cariche sociali nell’Anc: fu un’aggressione che scosse l’opinione pubblica pavese, la quale si strinse in gran parte solidale attorno a Boerchio e agli aggrediti: clamorosamente, sarà proprio Boerchio e il gruppo democratico dei combattenti a strappare ai fascisti il controllo dell’Anc pavese nelle elezioni delle cariche sociali. Si trattò di una vittoria clamorosa, che ridicolizzò i fascisti e i loro tentativi di infiltrazione nell’Associazione combattentistica, ma si trattò anche di una vittoria momentanea: poche settimane dopo, l’Anc pavese verrà sciolta d’imperio, così come le altre sezioni locali ancora non allineate al Partito nazionale fascista (Stradella, Casteggio, Mortara, Voghera) e tra il marzo e l’aprile 1925 anche l’associazione dei combattenti venne totalmente fascistizzata con l’estromissione dei dirigenti antifascisti e con il commissariamento dell’intera federazione provinciale e il suo affidamento a Pietro Vaccari (già sindaco fascista di Pavia).

Parallelamente all’intervento fascista nell’Anc, anche la rete pavese di Italia Libera (che si era quasi fusa con l’Anc) venne sgominata. L’8 febbraio 1925 una comunicazione del prefetto di Pavia al ministero dell’Interno individuava proprio in Tibaldi il fiduciario di Italia Libera a Pavia: venne identificato, schedato come repubblicano sovversivo, fermato e trovato in possesso, oltre che della tessera di Italia Libera, anche di un documento dell’Unione Goliardica per la Libertà. Questo gruppo studentesco, in contatto con analoghi gruppi diffusi in tutte le sedi universitarie, rappresentava per Tibaldi l’estremo tentativo cospirativo attuato a Pavia. Era proprio l’attività antifascista di Tibaldi all’interno dell’Università ad avere la massima attenzione da parte del prefetto, che scriveva, a questo proposito nella sua relazione del febbraio ’25: «l’Unione Goliardica per la libertà, costituitasi qui nel decorso anno […] venne dichiarata sciolta con Decreto Prefettizio del 5 gennaio. Ho disposto che per impedirne la ricostruzione venga esercitata la massima vigilanza sugli studenti ritenuti ostili al Governo nazionale e che pure sia oculatamente seguita l’attività sovversiva del Tibaldi fra gli studenti stessi, dato il posto che occupa come aiuto della clinica anatomica». Secondo il prefetto, quindi, era proprio l’attività antifascista di Tibaldi all’interno dell’Ateneo a dover essere al più presto spezzata. Il flusso di assistenti, allievi, professori, ricercatori che, dalle porte dell’Istituto di Anatomia patologica, entrava quotidianamente in contatto con Tibaldi doveva essere interrotto. Occorreva isolarlo del tutto dalla struttura universitaria.

Da questo momento la sorveglianza su Tibaldi si intensificò. Venne aperto un fascicolo presso il Casellario politico centrale; settimanalmente venne sottoposto a perquisizione personale e domiciliare. Fu Tibaldi stesso, nel corso del 1925, a pensare a un allontanamento momentaneo da Pavia, se non addirittura dall’Italia: prense contatti con alcuni italiani residenti nel Sud America, con il ministero delle Colonie del Belgio, ma agli inizi del 1926 risultava ancora attivo come libero docente presso il dipartimento di Anatomia patologica e come assistente di Achille Monti.

La situazione precipitò verso la metà del 1926 quando, secondo testimonianze successive, in particolare del futuro rettore Plinio Fraccaro, sarebbero cominciate le prime pressioni su Achille Monti per allontanare Tibaldi dall’Università disconoscendolo come proprio assistente.

Secondo le testimonianze di Fraccaro, fu l’allora rettore fascista Ottorino Rossi (artefice della definitiva fascistizzazione dell’Università pavese) a intensificare le pressioni su Achille Monti, che nel giugno 1926 dovette comunicare a Tibaldi la cessazione del suo incarico di Aiuto di Anatomia Patologica adducendo motivazioni «d’ordine scientifico per le quali» si intendeva «avere come Aiuto un giovane che si dedichi esclusivamente ai lavori di laboratorio per la carriera universitaria». Soltanto il 1° ottobre del ’26, comunque, Monti presentò ufficialmente la comunicazione di mancata conferma, sempre adducendo laconiche e imprecisate «ragioni di indirizzo scientifico». La decisione venne ratificata dal ministero della Pubblica istruzione che il 25 novembre 1926 procedette formalmente al licenziamento di Tibaldi «per mancata conferma indipendente dalla sua volontà»: licenziamento a decorrere dal 16 ottobre precedente.

Non sono ovviamente credibili le addotte motivazioni di ordine scientifico; tantomeno è possibile ipotizzare un interesse diretto di Monti nell’epurazione del suo allievo. Nel dopoguerra, quando Tibaldi farà domanda di reintegrazione nei ranghi dell’Università, sarà ancora Fraccaro a testimoniare che il licenziamento era giunto «in seguito a pressioni dal ministero della Pubblica Istruzione tramite il Rettore dell’Università di Pavia». Usanza diffusa, in quegli anni di fascistizzazione universitaria, era allontanare i docenti non allineati al regime non impiegando motivazioni politiche, ma ricorrendo a presunti motivi di ordine scientifico. Achille Monti, è vero, avrebbe avviato proprio in quegli anni di costruzione del regime il suo avvicinamento al fascismo: un avvicinamento che non sembra dettato solo da opportunismo o da conformismo, ma, come emerge dai suoi scritti, maturato come una sorta di evoluzione dei suoi ideali patriottici e irredentisti. Nel 1935, ad esempio, Monti pubblicherà le sue memorie esaltando il fascismo e il duce, ma è significativo che nelle stesse memorie Achille Monti costantemente citi Ettore Tibaldi come uno dei suoi allievi prediletti: di Tibaldi, anzi, il maestro tracciò un profilo biografico elogiativo ricordandolo come «l’animatore di un gruppo, che passando dal sindacalismo corridoniano alla fede nazionale, accese la fiamma che divampò in tutte le file studentesche», alludendo in questo alla lotta dell’interventismo democratico. 

La reciproca stima tra maestro e allievo, malgrado una divergenza politica che sembrerebbe ormai inconciliabile, non venne meno: proprio agli inizi degli anni ’30 i fratelli Monti si interesseranno per assegnare a Tibaldi un corso libero (di pochissime ore) all’Università di Milano, ma è anche significativo che nel 1935, alla festa di pensionamento di Achille Monti, Tibaldi venga chiamato ad aprire ufficialmente la cerimonia in onore del maestro, rievocandone l’opera e leggendo i messaggi pervenuti da amici e vecchi collaboratori. 

Ad ogni modo, ritornando al 1926, il licenziamento dall’Università fu una doccia fredda per Tibaldi, che a 39 anni perse il lavoro, interrompendo irrimediabilmente una brillante carriera accademica e compromettendo ogni possibilità di reintegrazione nel cursus honorum di aspirante docente o successore di Monti alla sua cattedra pavese. 

Per Tibaldi fu un enorme dolore. Cacciato dall’Università, nel frattempo sempre perseguitato dagli squadristi, gli venne ritirato il passaporto e il libretto di navigazione; sempre sorvegliato dalla polizia, praticamente confinato nella casa di famiglia di Certosa e diffidato dal fare ritorno a Pavia, non gli rimase che tentare di partecipare ai concorsi aperti per posti di medico primario o direttore d’ospedale nell’Italia del Nord, ma anche in questo caso incontrò gli ormai consueti ostacoli politici. Un caso significativo riguardò il concorso per direttore medico dell’ospedale di Treviso; Tibaldi risultò primo in graduatoria: il 5 ottobre ’26 gli venne inviata la lettera d’incarico, ma due giorni dopo, il 7 ottobre, una nuova lettera dall’ospedale di Treviso gli comunicava che la direzione dell’ospedale aveva dovuto prendere un’altra decisione. Il concorso venne annullato dopo che era giunta una comunicazione sul conto dell’antifascista Tibaldi dalla questura di Pavia. Il mancato incarico a Treviso fu l’ennesima amarezza che Tibaldi dovette digerire in quel complicato 1926. L’unico concorso superato da Tibaldi e non annullato fu quello a direttore medico dell’Ospedale civile di Domodossola, il San Biagio. 

Nell’inverno del 1926, quindi, Tibaldi raggiunse Domodossola, prese il suo posto nell’ospedale, dove trovò una situazione interna a dir poco precaria (era un vecchio e cadente ospedale che necessitava di radicali opere di riammodernamento). All’inizio, Tibaldi credette di rimanere a Domodossola soltanto pochi mesi o pochi anni, in attesa di tempi migliori, ma a tutti gli effetti si ritrovò confinato permanentemente in val d’Ossola: nel frattempo, infatti, la sorveglianza politica sulla sua persona non venne meno, continuò a essere considerato come un pericoloso sovversivo e ogni tentativo di ricercare una nuova occupazione incontrò i consueti ostacoli politici. Si può soltanto citare il caso di un nuovo concorso a direttore d’ospedale, questa volta a Vicenza, nel 1929: ancora una volta un concorso vinto da Tibaldi, ma annullato pochi giorni dopo la pubblicazione delle graduatorie.

Cominciarono così tra il 1926 e il 1927 i lunghi anni ossolani di Ettore Tibaldi. Il medico seppe acclimatarsi nel nuovo ambiente ossolano e imparò ad amare visceralmente quella terra e i suoi abitanti. Divenne anzi il medico dei poveri montanari, il loro punto di riferimento e fu proprio a Domodossola che Tibaldi cominciò a tessere le prime reti clandestine di opposizione antifascista. Nei cupi anni trenta furono soprattutto reti di informazione libera, ma durante la seconda guerra mondiale e, soprattutto, dopo il 25 luglio e l’8 settembre 1943 si poté gettare le basi per la nascita dei primi comitati di organizzazione della Resistenza. Attorno a Ettore Tibaldi, medico sovversivo, stava cominciando a formarsi il gruppo dirigente che si ritroverà alla guida della Repubblica partigiana dell’Ossola.

Andrea Pozzetta

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